IL MISTERO DELL'AMORE MAGICO

 

 

PREFAZIONE DELL'AUTRICE

 

 

Il simbolo non è un'immagine che rappresenta la tal cosa o la tale idea determinata e nemmeno un'iscrizione dal senso circoscritto.

Il simbolo è una chiave che apre delle porte, ma, in più, bisogna avere la capacità di scorgere i tesori nascosti dietro queste porte.

Il simbolo che noi presentiamo qui al pubblico è denominato OROLOGIO AUM.

E' la chiave che permette di comprendere che una medesima Legge sovrintende alla nascita di un bambino, alla rinascita di un individuo morto alla vita materiale e rifatto per quella spirituale, e alla triplice vicenda del mondo visibile, che si rinnova senza sosta, seguendo un ritmo eterno: la sera, la notte e il nuovo mattino.

Questo ritmo corrisponde alle fasi successive e sempiterne della Divinità, la cui Via si manifesta tanto sotto l'aspetto del Padre, che del Figlio, che della Madre. Prima c'è la Discesa, segue poi la Lotta contro questa Discesa e, infine, ecco la Vittoria della Primavera Divina per mezzo di Madre-Natura.

Ma la Primavera, che non dura che una stagione, determina una nuova Discesa, seguita da una nuova Lotta, e così per sempre. L'alta saggezza di questa Volontà disinteressata non sarà mai compresa dallo spirito volgare, che agisce solo per interesse: l'individuo purificato, invece, ne comprende la bellezza.

L'OROLOGIO AUM, che ci deriva dalle Indie e dall'Egitto, e del quale noi stesse abbiamo sperimentato il valore, è costruito nel modo seguente:

C'è anzitutto un quadrante, simile a tutti i quadranti del mondo ma con questa differenza, che lo scorrere delle ore viene supposto da destra a sinistra e non viceversa, come ne è il caso per gli orologi normali.

Alle undici comincia la Discesa. Essa è raffigurata nel disegno della pagine precedente da una linea nera e ben marcata che, partendo dalla cifra 11, si sposta poi al due, al dieci, al quattro e all'otto, per penetrare infine nel sei, qui rappresentato dal Sigillo di Salomone, cioè i due triangoli intersecati, che simboleggiano la Discesa della Divinità nella Materia (o Natura) e la Volontà del Rinnovo Spirituale di quest'ultima attraverso l'uomo.

Questo stesso simbolo, come del resto il disegno AUM nel suo insieme, raffigura pure la respirazione, che si compone di inspirazione, espirazione e riposo.

Questa linea che si segmenta al 2, al 10, al 4 e all'8, è la linea femminile, perché la Discesa si attua attraverso la femmina e nella femmina, per l'uomo, e nella Natura, per Dio.

Ogni studioso della Saggezza deve meditare a lungo su questa Verità basilare.

Ora, perché la linea della Discesa è segmentata, e perché questo tracciato femminile si snoda attraverso il due, il dieci, il quattro e l'otto? In altre parole: che significato questi numeri?

La scienza di cui siamo detentrici risponde così:

L'11 simboleggia l'Ingresso (dell'uomo nella donna, e di Dio nella natura), il 2 rappresenta il matrimonio dei due elementi contrari e, conseguentemente, il punto di partenza di una nuova segmentazione. E' la formazione dell'angolo.

Il numero 10, essendo il prodotto della moltiplicazione del 2 col 5, quest'ultimi impersonando il femminile ed il maschile, ecco che abbiamo, nel nostro disegno, all'ora 10, una specie di sconfitta dell'Uomo, precipitato da questo momento, assieme alla donna, nel profondo dell'Inferno (della Materia).

All'ora 4, i due elementi contrari si equivalgono, è adesso che si verifica la crocefissione dello Spirito sul Legno Santo della Natura; è la sofferenza dell'uomo che abdica ed è la sofferenza della donna fecondata. Allora, un nuovo angolo orienta il nero cammino verso l'8.

Questo numero rappresenta il primo giorno del nuovo periodo, nel quale la donna domina l'uomo e la Materia imprigiona lo Spirito nella profondità delle sue viscere. Ci troviamo, all'ora 8, sul limitare dell'abisso, nel quale si muore o si rivive.

Il numero 6, che è il termine della Discesa, è anche quello che determina la Rinascita.

Si tratta di un grande mistero per il profano ma la più bella delle luci per l'iniziato. L'individuo appartiene al peccato, ma colui che risale, da questo momento, rinasce alla vita eterna.

Questo passaggio è pericoloso per la maggior parte degli uomini, ma il Figlio di Dio trionfa e rinasce. E' il mistero della Vittoria di cristo.

Dal 7 al 5, e dal 5 al 9, poi dal 9 al 3, e dal 3 all'11, il Vittorioso risale verso la spiritualità, seguendo la linea chiara[1] del nostro disegno. Ad ogni angolo (qui si tratta degli angoli maschili) le virtù spirituali dell'uomo aumentano ed egli giunge davanti alla Porta (il numero 11), rinvigorito di nuovi poteri.

Tuttavia, di fronte a questa porta, lo attende la prova suprema. Qui l'uomo ritrova la donna, la propria sposa. Egli è invitato a ricongiungervisi, ma rimanendo continente, cioè impedendo all'energia sessuale di effondersi, per offrirla totalmente allo Spirito. Questa prova è pericolosissima, perché una caduta in questo momento comporta la perdita della ragione.

Il Vittorioso è proiettato subito nell'1, che determina o rappresenta la sua liberazione dalla prigione della materia. Egli è Re sacro e viene investito del potere di dominare gli esseri umani….

Il Rito Sacro dell'Amore Magico è la storia della formazione naturale di questo Re.

Offriamo questo libro all'attenzione dei lettori, considerando che oggigiorno troppi metodi diversi tendono a facilitare l'Esperienza Magica Reale con dei mezzi artificiali che lusingano l'orgoglio, ma offendono Dio e non arrivano che a dei mezzi risultati, cosiddetti "scientifici".

Il risultato perfetto illumina le tre Stelle della Saggezza, rappresentate nel nostro disegno dai numeri 1, 3, e 2, disposti rispettivamente sopra l'1, il 12 e l'11 del quadrante. A loro volta queste Stelle formano il triangolo Divino, composto dal padre, dal Figlio e dalla Madre; tuttavia nella nostra storia il 3 (la Stella della Madre) e il 2 (la Stella del Figlio) si illuminano soltanto perché i nostri protagonisti (Mischa e Xenia) non hanno compiuto il rito, ancor più importante, del Secondo Matrimonio, che è riservato alla generazione del Messia.

 

(1=5)

 

Quest'ultima Stella, che si chiama La Stella Brillante del Mattino, non fa parte della nostra epoca, perché ancora non è terminato il periodo della nostra sofferenza: l'umanità comincia appena adesso la sua ascesa verso lo Spirito e l' Era del Terzo Termine deve trascorrere prima dell'avvento sulla nostra terra del Re-Messia.

 

 

NELLA NEBBIA DEL PENSIERO

 

 

Siamo nati per essere felici. Il nostro  destino naturale è l'equilibrio, l'armonia, poiché se noi siamo così come dobbiamo essere, l'intero universo si riflette in ognuno di noi come un canto armonioso, gaio, felice. La terra ci parlerebbe allora col suo linguaggio pieno di saggezza, ci guiderebbe nella sua vita. Il cielo sarebbe per noi come una continua e tenera carezza, la sua pioggia ci farebbe del bene e la sua luce ci istruirebbe. Da lontano, dai quattro punti dell'orizzonte, i venti ci porterebbero il soffio necessario che rianima, fortifica, vivifica. Il grande mare blu, o verde o glauco non avrebbe più misteri, l'onda impetuosa non ci spaventerebbe più – se noi fossimo quelli che siamo destinati ad essere. uomini e donne normali.

Tuttavia c'è nel mondo qualcosa che ci impedisce di essere normali. C'è nel mondo una forza che si ostina ad ostacolarci, ed il canto dell'universo, a causa di ciò, ha delle note disarmoniche che propagano il dolore, la falsità e la crudeltà.

Un gigantesco spirito di menzogna aleggia sul mondo. Esso impedisce agli uomini e alle donne di essere tali. Gli stessi fanciulli non possono esserlo: né spontanei, allegri, scherzosi, a causa di questa cattiveria  che urla attraverso gli esseri come un'inconsolabile disperazione. I più diversi nomi sono stati dati a questa forza malvagia, poiché in ogni epoca si è tentato di fermarla. La si chiama Satana, se ne è fatto il Diavolo, si dice che ciò è lo spirito del Male, lo spirito della distruzione, o che altro ancora! Tutti questi nomi non hanno nulla di concreto ed è per questo che il Nemico non è mai stato sconfitto.

Per quanto singolare, ecco ciò che occorrerebbe: basterebbe scoprire il vero nome (la corrispondenza essenziale) della cattiveria per identificarla e farla sparire del tutto. E' un mistero, poiché è difficile spiegare in parole povere la vita e l'essenza dei nomi, ma è pur vero che se si sapesse pronunciarli, cioè realizzarli, il rito che simboleggia l'Inciampo Supremo, ogni sua forza malefica sarebbe paralizzata. Ah! se poteste capirlo e scoprirlo in seguito alla lettura di questo libro che è stato scritto proprio a tale scopo! La forza  malefica che ostacola la marcia trionfale dell'avvenire non è nient'altro che il Passato, incapace di morire, poiché nulla muore. Essa attende la sua rigenerazione, il battesimo che modificherà il suo nome. Nuove labbra sono necessarie allo scopo, perché "un nome antico pronunciato da una bocca nuova è un nome nuovo, una Rinascita"….

Quali precauzione occorrono, ahimè! in tempi così penosi per poter esprimere le cose più semplici! Noi viviamo in un'epoca in cui si scontrano con pari violenza numerose tendenze contrapposte. E' come in quei luoghi perigliosi dei mari in cui le navi "ballano" anche col bel tempo. Non ci si comprende più, le parole cambiano di significato a seconda di chi le pronuncia, uno dice "spirito" e un altro capisce "balle!".

In tal modo, noi in questa vita siamo come fogli esposte al sole e all'aria pura. Dalle profonde radici che ci attaccano tutti alla stessa terra sale a noi la linfa che il sole stesso benedice, ma l'uomo se ne serve male, poiché più nulla comprende….

Che si comprenda questo: io ho amato il Maligno, lo amo ancora, per questo ne conosco il Nome, l'Essenza, l'azione notturna….

 

***

 

…. Sulle cime selvagge del Caucaso silenzioso, nelle valli rocciose dei suoi crinali da cui sono sciamate le razze e i popoli la cui missione fu ed è quella di combattere il male, ho visto l'ombra gigantesca del Maestro del Passato incrociare le braccia in un atteggiamento di sofferenza.

Dei serpenti gli mordevano il ventre piatto e un fango vischioso saliva fino alle cosce.

Egli fissava lo sguardo sulle rose in boccio del mio giardino e lacrime di ghiaccio gli arrossavano le palpebre.

- Oh! – gridò con una voce sepolcrale. – Oh, Xenophonta[2]! Ho posseduto un impero! Ma le acque son giunte annegandomi i servitori e inondando il giardino dai grappoli dorati. Le mie greggi sono morte nel disgelo e i miei servi dispersi. Non ho più nulla da offriti, non ho più oro per comprarti.

Queste ultime parole risuonarono nella notte arida delle montagne come un amaro rimprovero, come una immensa sofferenza.

Mi strussi d'amore per quell'urlo terribile, adorai quell'insondabile impotenza.

- Chi sei tu ?Tu che rimpiangi la sorte!- esclamai spaventata.

- Sono colui il cui nome non può essere pronunciato, perché la lingua che lo pronuncia si è estinta … Xenophonta, non posso comprarti e per questo non sari mai la mia donna. 

Il fantasma scomparve avvolto dal sibilo selvaggio dei venti, che si alzarono subitanei come il latrato prolungato di tutta la Natura. Le rose del mio giardino ne rimasero scosse fino al mattino.

All'alba, quando la tempesta si fu calmata nel blu metallico delle ore antelucane, risalii sulla terrazza per ritrovare colui al quale avevo ormai offerto il mio cuore. Le montagne erano le stesse, i loro profili alteri erano severi e rigidi come prima, la neve li ricopriva sempre, appena livida per il riverbero del cielo, ma nel respiro freddo delle foreste e nel brusio cristallino dei torrenti, il Caucaso, il mio Caucaso, non era più lo stesso. Ah, sì! C'era il Maestro del Passato. "I servi sono annegati!" quest'urlo era ovunque, niente lo affievoliva.

Nacque allora nel mio intimo un desiderio violento e mi sarei squarciata il ventre se il mio sangue sparso sulla neve avesse avuto il potere di sciogliere i ghiacci e far rinascere i pascoli di chi si disperava. Ma il mio sangue non era che una goccia in quell'oceano di ghiaccio, e che poteva questa goccia contro tanta sciagura?

Il sole, a un tratto, apparve. Ancor rosso per un sonno troppo lungo, il suo bagliore non offendeva gli occhi. Il suo disco faceva capolino fra due cime e sembrava che le pareti rocciose palpitassero per la gioia.

- Oh, Sole! – dissi , sicura che l'astro avesse una coscienza umana. – Perché non sciogli questo ghiaccio, perché non fai rinascere le ricchezze sepolte?

Distintamente, udii questa risposta:

- Tu eri sua schiava ed io ti ho liberato. E' per rimetterti ai ceppi che egli invoca le sue ricchezze, ma non le riavrà. Io ti voglio libera, o donna; tu e i tuoi figli.

- Chi è "lui"? – domandai, e le mie mani si erano fatte fredde.

- Il suo nome è dimenticato e la lingua che poteva comprenderlo non sarà riscoperta, poiché io ho mutato la gola dei mortali affinché nessuna sillaba di questa parola maledetta possa più penetrare in un cervello umano e sconvolgere il corso delle cose …. Xenophonta, guai a te se ti leghi a questo defunto.

L'urlo stridulo di un grosso uccello da preda interruppe il discorso del Sole e udii cadere giù nella valle ove ora brillava una luce intensa. Da rosso che era, il Sole era adesso divenuto quasi bianco e i miei occhi non ne sopportavano più il fulgore.

Il rapace planò con larghe spirali sopra il castello dei miei genitori. Fatto curioso, non ne restai spaventata. Avvertii in ciò una protezione; una forza di cui ignoravo la provenienza. Infatti l'uccello, dopo qualche giro silenzioso, cambiò idea e s'involò in un'altra direzione.

Ci fu allora un arridere radioso della Natura cui partecipavano il cielo, le nevi e le rose.

La rugiada si era da poco posata sul terrazzo e avvertii un brivido lungo le gambe. Involontariamente, piegai le ginocchia e le mie mani si congiunsero da sole per pregare. Tuttavia le mie labbra non pronunciarono le consuete parole. Quelle che dissero furono più o meno le seguenti:

 

         Signore! Potenza! Vita!

         In quest'ora mattutina

         Ascoltami!

         Le mie rose pregano con me

         E il mio sangue vivifica la mia preghiera.

         Togliete le lacrime di ghiaccio

         E spegnete anche il fuoco.

         Ordinate che le piaghe si richiudano

         E che la gioia si diffonda a tutti.

         Signore, perdonate, perché tutto il mio copro perdona.  

         Perdonate, O Eterna Potenza,

         A Colui che soffre e piange ininterrottamente.

         Non maledicete chi tema di spavento,

         Accogliete nella Vostra immensa gioia

         L'Ombra del passato, l'Ombra del Nato-per-Primo.

         Cambiate il Male in Bene,

         Mutate in virtù il delitto.

         Diffondete ovunque la Vostra imperscrutabile saggezza,

         E perdonate, O Potenza, ciò che io perdono.

         Poiché Voi siete la vita, l'ordine, e il canto di allegria.

         Perché Voi siete la vita, l'ordine, e il canto di allegria.

         Perché voi siete il fiume e le vostre acque tutto trascinano

         Siate clemente, O Trinità armoniosa!

         Perdonate, perdonate, perdonate!

 

Mi ero prostrata sul pavimento della terrazza quando l'ultima parola di questa preghiera mi serrò le labbra. Un lungo bacio vi bruciava ancora.

 

 

NASCITA ALL'AMORE

 

 

La vita umana non consta soltanto di fatti e accadimenti materiali accessibili all'osservazione comune. Spesso, la vera esperienza è altrove, al di là del piano fisico, ma ci proibiamo di ammetterne la realtà. In tal modo ci impoveriamo enormemente privandoci dell'essenziale, cioè della possibilità di comunicare con le grandi forze diffuse nella Natura. Il nostro sapere si limita a ciò che è verificabile dalla conoscenza cerebrale e così accorciamo il ritmo della nostra vita. A causa di ciò invecchiamo, in quanto andiamo ad ostruire il collegamento che ci unisce alle radici e solo grazie al quale ci è offerta la possibilità di partecipare dell'eterna giovinezza dell'universo. Siamo come la foglia che si stacca dall'albero della vita: "si increspa e ingiallisce e il vento la porta dove vuole".

Adamo colse il frutto dell'Albero, seppe così qual è la destra e quale la sinistra, l'alto e il basso, il lungo e il corto; ma, con questo gesto, sancì il principio dell'immortalità, la Morte, che da quel giorno si diffuse su tutta la terra. Per non sentire più la voce dell'antro della donna, vi appose un suggello: il primo vestimento. Così disse ad Eva: "Starai lontana da me, perché tu sei la tentazione".

La donna ne morì e scordò la verità ma, nelle generazioni che seguirono, la fede nella sua vittoria rimase intatta…. Prosternata sul pavimento della terrazza dei miei antenati, al cospetto del maestoso Kasbek, avvertii che questa fede si andava riaccendendo in me come una nuova sorgente di luce: il bacio appassionato dell'Ombra ne era la conferma.

Mi sollevai a malincuore dalle lastre di pietra che erano già diventate calde per la consueta rapidità del sole nel compiere la sua parabola ascendente; mi domandai se dovevo raggiungere i miei oppure scendere in giardino per calmare i miei sensi. Tale era il mio turbamento che la scelta tra le due alternative mi fu difficile.

La terrazza non aveva una comunicazione diretta con gli appartamenti abitati. Una rustica scala, fatta di pietre non squadrate, portava dal lato nord al lato est del grande balcone a pianterreno, e da lì, sempre a nord, una piccola scala di ferro consentiva di scendere nel cortiletto dove vagavano in libertà da mane a sera i pavoni e le oche del pollaio. Un cane da guardia vi passava dormendo il tempo che aveva a disposizione.

Decisi di scivolare come un ladro davanti alle porte e le finestre del pianterreno, per potermi presentare agli animali prima di ogni incontro che avessi potuto fare con gli umani … le mie rose mi attiravano, perché da esse speravo in un aiuto.

Feci il percorso con studiata lentezza gettando ai pavoni un'occhiata di biasimo perché ne temevo di certo il rimprovero. Arrivata sul prato dove fiorivano le mie rose, mi misi a correre. Perché? Non avrei saputo dirlo.

 

***

 

In questo paese selvaggio, dove la civiltà occidentale non può fare presa, a causa dell'impossibilità di sfruttamento commerciale delle sue montagne, una corsa troppo precipitosa comporta diversi pericoli: ci sono dei ruscelli profondi e vorticosi, rocce enormi che sbarrano all'improvviso il cammino, tronchi secolari rovesciati dagli uragani e che nessun braccio profano oserebbe mai sollevare, poiché tutti rispettano questi cadaveri sacri; si sa che si tratta di altari, su cui si compiono riti misteriosi, che solo i più puri possono conoscere.

Com'è potuto accadere, dunque, che io abbia compiuto questa corsa senza fermarmi una sola volta? Spiegatelo come preferite; la verità è che arrivai nel pieno della foresta in un lasso di tempo che mi sembrò un secondo. Mi arrestai al cospetto di una quercia gigantesca e, come se qualcuno mi avesse d'improvviso acceso d'entusiasmo, esclamai con la più normale delle voci:

- Eccomi!

Faceva molto caldo e non c'era vento. La Natura era immobile e come paralizzata dai raggi del sole che si infiltravano dappertutto attraverso il fogliame e i rami. Tuttavia, una sorda agitazione regnava ovunque: l'atmosfera, l'erba, i rami secchi.

- Eccomi – dissi ancora, come se una risposta dovesse venire, ma questa si faceva attendere.

Capii che dovevo dirlo una terza volta.

- Ecco, son qui, in ascolto – dissi, quasi che fosse necessario e, in effetti, giunse alle mie orecchie un flebile sospiro.

Non ne capivo ancora il senso e rimasi immobile più a lungo.

- Sei venuta, vedo – fece una voce lontana. – Ma tu non mi conosci. Tu mi ami, è vero, ma non me , chè non sai chi io sia. Il peggio è che il giorno in cui mi conoscerai davvero, avrai orrore di me.

Dal più profondo del mio essere, lo assicurai del contrario.

La voce ebbe allora come un barlume di vita e mi parve quasi di intravvedere una forma. L'illusione svanì ben presto.

- No, no, non posso crederti ora – lo sentii dire, e potessi descrivervi il dolore che c'era in queste parole! – Come puoi tu amarmi dal momento che non mi conosci per niente?

- Mettimi alla prova – dissi.

Di nuovo, avvertii una specie di gioia nell'essere invisibile, gioia che si dissolse ben presto, come la precedente.

- Vieni qui all'una di notte, quando farà freddo e i serpenti danzeranno in circolo. Poiché sei tu che lo chiedi, io ti metterò alla prova, ma sappilo: non credo alla tua forza.

Cosa potevo aspettarmi di più disarmante di questa risposta? Tuttavia, adorai quest'offesa come ne avevo adorato l'impotenza.

- Questa notte, quando tutto dormiva, tu mi hai mostrato le tue piaghe – dissi timidamente, - ed il tuo bacio ancor mi brucia. Credi che ti avrei voluto, se non ti fossi mostrato?

In quel mentre, accanto a me, udii un gracidio, e una rana verde fece un rapido balzo. I rami della vecchia quercia ebbero un fremito, ed un uccellino, disturbato, volò via.

- Di notte, molte cose appaiono in una strana luce – riprese quel Signore che avevo implorato, - ed io posso permettermi certe apparizioni. Tuttavia è reale solo ciò che appare tale senza interruzione.

Quest'affermazione mi lasciò interdetta, e mi sentii infinitamente piccola davanti a qualcosa di enorme, che insufflava nelle parole dette una fierezza senza limiti. Non ero altro che una rassegnazione priva di voce.

- Ti aspetterò, quindi, qui, stanotte, alla una – furono le sue ultime parole che mi carezzarono le orecchie.

Mi appoggiai al tronco rugoso della quercia, perché ciò che provai in quell'attimo era così pieno di fascino che volli lasciarlo penetrare in ogni mia fibra, in ogni organo. Allo stesso modo l'acqua penetra la spugna, che non le offre alcuna resistenza.

Passò un lungo quarto d'ora. Ero ancora immobile, incollata al tronco della quercia, quando un grazioso animale, ritto sulle delicate zampe e coperto da una pelliccia corta e liscia, mi si arrestò davanti. Nei suoi occhi a mandorla brillava una dolce aria di scherno.

Che fai là? sembravano dirmi quei suoi occhi. A quest'ora non è più questo il tuo posto.

Infatti gli umani hanno le loro dimore tra le pietre, con cui edificano le loro case. Essi sono i nemici delle libere bestie selvatiche per le quali, queste, sono come una prigione.

Le severe mura del castello dei miei avi mi richiamavano al mio posto.

 

***

 

Quando tornai sul balcone sovrastante il cortiletto dei pavoni e delle oche, vi trovai la mia famiglia già riunita per il pasto; ma tanta è la libertà concessa tra noi alla ragazza che ha terminato i propri studi, che nessuno se la prese nel vedermi scavalcare senza parlare la finestra basse che si trovava esattamente di fronte alla scala di ferro. Vi avevo detto che si trattava dell'angolo a nord del castello. Non scordatelo, poiché ciò ha la sua importanza: il nord ha una sua speciale magia.

L'appartamento nel quale ero entrata era una specie di sala da ballo. Delle sedi bianche e dorate erano allineate lungo i muri ed un grosso pianoforte a coda occupava tutto l'angolo meridionale.

Nessun tappeto, e nessuna tenda alle finestre.

Da questa sala si aprivano molte porte su quel corridoi che bisognava attraversare per giungere fino alla scala che conduceva al piano dove si trovavano le varie camere da letto. La mia era esattamente sopra la sala da ballo, con sei finestre; tre a nord-est e tre a nord-ovest. Esse erano provviste di lunghe tende color turchino cupo in tele ucraina ricamata.

Il mobilio era molto semplice: un lettino nell'angolo interno, un robusto canterano, qualche sedia, un piccolo divano turco, uno scrittoio: in breve, lo stretto necessario per una persona che non ha molto da fare.

Nell'angolo a est, così come è d'obbligo tra gli ortodossi, le sante icone nel loro tradizionale armadietto triangolare.

Mi posi di fronte ad esse e mi inginocchiai per la preghiera.

 

***

 

Cos'è la preghiera per un'anima abituata al rito della Chiesa Orientale?

E' il caso di spiegarlo, visto che chi mi legge è senz'altro cattolico o, per lo meno, persona cresciuta secondo la mentalità cattolica. Per costui, per questo presunto lettore, pregare significa obbedire a una legge della Chiesa, di cui solo i capi sanno a cosa serve. Pregare, per i cattolici ordinari, significa compiere un dovere al fine di ricevere in cambio una protezione e una grazia celeste.

Non è affatto, come per gli ortodossi, un mezzo per entrare in comunicazione diretta con la Divinità, della quale assorbiamo effettivamente l'essenza. Non è certo quest'atto di supplica senza domanda che ci rapisce l'anima e ci eleva, senza che sia pure necessario pronunciare o pensare delle parole.

La nostra preghiera, del resto, tra noi non è chiamata con questo nome. La parola che adoperiamo, molitva, significa "influenza", e la intendiamo come significante uno stato di santità in cui sono assenti tutte le preoccupazioni materiali; noi ci attiriamo la forza del Cielo.

Tra noi si prega come sic anta, quando ci si stente trasportati al di là della terra, ed era questo il mio caso nel momento descritto.

L'icona, che io fissavo supplicando, era una di quelle immagini bizantine ricoperte di vecchio argento annerito che tutti conoscono.

Essa rappresentava San Sergio dei Miracoli che, si dice, fu il fondatore del monachesimo in Russia. Il suo viso si intravedeva appena, ma il metallo che figurava i suoi abiti risplendeva misteriosamente sotto il bagliore giallo della lampada votiva che bruciava notte e giorno sul tavolino.

Non deve stupire, essendo scontato lo stato d'animo nel quale mi trovavo allora, che il volto appena visibile di San Sergio assumesse ai miei occhi dei tratti inconsueti.

I suoi occhi si animarono e vi scorsi uno sguardo reale. Invero, non quello del grande Santo, bensì quello dello Sconosciuto al quale mi ero data.

Vi confesserò dell'altro ancora. Poco a poco, la mia preghiera, la mia molitva, produsse una vera fusione tra il mio essere interiore con il Mago torturato che adoravo da più di dodici ore. A mano che i secondi trascorrevano, questa fusione si intensificava, e a tal punto, che mi ridussi a non sentirmi affatto, anche fisicamente.

La dolcezza di simile sensazione è difficile da partecipare; ogni parola è troppo debole e specifica paragonata a questo meraviglioso stato di beatitudine assoluta. Pensate a una carezza senza nessun toccamento, un tepore che non ha nulla di carnale, mille baci che non si posano da nessuna parte. Se siete in grado di immaginare la gioia tutta particolare che sprigiona da tali carezze, voi vi sarete fatti una vaga idea di ciò che io avvertii in quell'istante e sarete d'accordo con me che nessun comune mortale, cioè uno come tutti, è in grado di mettere una donna in una condizione di delizia così grande.

Tutto il mio essere gioiva di questa non esistenza voluttuosa e la forza da cui ero inebriata non aveva limiti. Era l'immensità dell'infinito che mi assumeva cancellandomi, ed io mi sentivo immensa senza essere….

Oh, perché la pendola, nel corridoio, suona stupidamente l'ora che mi strappa a questa magia? Tre rintocchi metallici, indifferenti, freddi.

Mi misi in piedi e guardai all'intorno. I mobili non si erano mossi, nulla nella mia camera aveva partecipato all'incantesimo.

Mi stesi sul letto e chiamai la mia vecchia balia.

Arrivò con molta calma, senza bussare, dicendomi con la sua voce carezzevole:

- Solo adesso ti fai venire fame?

Infatti, ero digiuna dalla mattina.

- Portami del latte e del pane nero – le dissi.

Essa se ne andò così com'era venuta, molto placida, lenta e tornò una Mezz'ora più tardi con i cibi che le avevo chiesto.

- Ci sono visite in salotto – disse, deponendo il vassoio su una sedia vicino al letto. – Dei vicini che passeranno qui la notte.

- Niania, dì a mia madre, se domanda di me, che non scenderò che domani mattina. Le visite mi infastidiscono.

- Come vuoi, animuccia – rispose la vecchia donna. – E' però più facile che nessuno domandi nulla, visto che sei in vacanza e ti godi la tua libertà … Si sta preparando l'appartamento meridionale per i visitatori – aggiunse.

- Tanto meglio – feci io, senza neppure sapere perché.

 

***

 

Costruire le case secondo un esatto orientamento rispetto ai punti cardinali ha un'importanza fondamentale che, tuttavia, gli europei trascurano del tutto, dato che essi hanno perso il significato reale della croce che unisce e divide allo stesso tempo il nord col sud e l'est con l'ovest.

Il nord rappresenta l'immobilità, l'assenza del dinamismo eternamente mutevole della vita. E' il rifugio dell'intelletto, poiché, solo, lascia a quest'ultimo il riposo necessario per una riflessione astratta senza turbarlo con nuove influenze.

Se ci fosse solo il nord, l'uomo sarebbe tutto, perché tutto sarebbe molto calmo per permettergli di vedere ogni cosa nei suoi minimi dettagli.

Ci sarebbe sempre la notte e l'uomo ne sarebbe il re.

Il sud, al contrario, rappresenta la scaturigine della vita perpetua. E' il punto d'elezione che vivifica i nostri organi vitali, quelli che l'intelletto ha vergogna di vedere, perché gli ricordano continuamente la sua insufficienza, la sua incapacità di seguire la corsa vertiginosa dell'Universo, la sua mobilità, le sue modificazioni capricciose.

Se non ci fosse che il sud, sulla terra ci sarebbero solo animali selvatici.

Gli intermediari, est ed ovest, sono le comunicazioni tra i due estremi , tanto che l'est qualifica l'uomo che viene dalla Vita e va verso la Stasi o la Morte, mentre l'ovest è il punto in cui il Morto ritorna verso la Vita e prepara la Rinascita. Tuttavia, l'ovest porta in essenza gli elementi della Morte.

Quando una casa è costruita conformemente alla scienza dei punti cardinali dell'orizzonte, l'uomo può dormire la notte con la testa al nord e piedi al sud. In tal modo, il suo intelletto si calma realmente durante il riposo, e la Vita, sempre feconda nella penombra, non trova ostacoli per penetrare nel corpo secondo la legge naturale: dal basso in alto.

D'altra parte, giustamente orientato, il corpo addormentato dell'essere umano riceve, attraverso il proprio braccio destro e gli organi a destra disposti, gli elementi della spinta ricostruttrice delle forze universali, mentre dalla sua parte sinistra – al suo braccio sinistro e dal cuore soprattutto – si scarica l'eccesso destinato a morire, cioè a decomporsi per ritornare alla Radice, al centro della Terra, ove arde il fuoco rigeneratore.

Vi mostrerò subito il perché di queste parole.

 

 

IL BATTESIMO

 

 

Dopo che ebbi bevuto il latte e mangiato il pane nero e che la niania se ne fu andata - non senza avermi detto che i visitatori, per i quali si era apprestato l'appartamento meridionale, erano la famiglia Wassilkowsky, padre, madre, e figlio, e che si sarebbe dato un ballo quella sera - avvertii il bisogno di dormire.

Allo scopo chiusi le sei coppie di tende alle finestre lasciando quest'ultime spalancate e mi spogliai degli abiti che mi stringevano il corpo.

Dal massiccio canterano estrassi una lunga vestaglia di seta grezza, interamente intessuta di ricami arabescati - i quadrati, i triangoli, le stelle, che costituiscono ciò che si chiama un disegno alla russa, ma che è in realtà la decomposizione frammentaria della scrittura sacra di un popolo mongolo estinto o dispersosi nella sconfinata pianura russa, dopo due secoli di trionfale invasione - e l'indossai direttamente sopra la camicia.

Gettai tutti gli abiti smessi sul divano turco addossato alla parete di sud-est, molto vicino al letto, il quale seguiva la diagonale sud-nord della stanza fino al piccolo paravento a tre ante che ne copriva il capezzale.

Vidi così sulla sedia gli avanzi del mio pasto.

Chissà, potrebbe venirle l'idea di portarli via, mi dissi e, per evitare la fastidiosa eventualità, portai il vassoio nel corridoio, depondendolo per terra, a destra della porta.

Rientrata in camera, rimisi ancora a posto alcuni fogli di carta che svolazzavano sullo scrittoio. Era una precauzione utile perché, posto in piena corrente d'aria tra le finestre aperte, questo mobile diventava davvero un luogo poco sicuro per le esternazioni liriche che avevo confidato a quei fogli.

Brucerò senza dubbio tutto ciò, pensai quasi ad alta voce. Non sono che stupidaggini, scritte per qualcuno che non ne sa niente.

I fogli disparvero nell'unico cassetto ed io mi portai verso il letto.

Debbo ancora informarvi, cari lettori, di un ultimo dettaglio: nella stanza, così come in tutti gli appartamenti di ogni ragazza russa di buona famiglia, non c'erano specchi, poiché si riteneva generalmente tra di noi che una ragazza di buoni costumi non si cura di essere bella. C'era invero, vicino alle mie icone, un comodino da toilette con una casta tendina bianca che celava alla vista i piccoli oggetti indispensabili all'igiene del corpo e dei capelli, ma lo specchio, simbolo di aperte libertà, non vi avrebbe fatto apparizione che il giorno del mio fidanzamento. Per il momento, il suo posto era segnato da una vite infissa nell'esile supporto che sosteneva la tendina ad una certa altezza sul ripiano. A questa vite avevo sospeso, il giorno di Sant'Ivano- delle-Acque, una ghirlanda di fiori campestri. Ne sopravviveva ancora il nastrino rosso e oro e qualche gambo secco.

Prima di coricarmi, sciolsi le trecce di un color biondo scuro leggermente ramato, facendo quest'ultima considerazione: Bisognerà che dorma profondamente per essere ben sveglia questa notte... alla una.

Queste ultime parole si aggiunsero alla frase indipendentemente dalla mia volontà, ed io le ripeti con decisione: Sì, alla una.

Detto ciò, mi addormentai sul piumone.

 

***

 

Secondo la mia esperienza, quando si dorme si sogna sempre, ma la memoria non registra sempre le scene e i soggetti che si presentano al nostro spirito, se dall'esterno un'impressione analoga non cattura e traduce in termini di possibilità reale (fisica) il percorso fantastico del sogno.

Se potessimo trattenere nella memoria i sogni ogni volta che sogniamo, la nostra vita ne sarebbe enormemente arricchita, poiché il nostro essere intimo, libero dalla prigione e dallo scetticismo del corpo durante il riposo, apporterebbe al nostro intelletto un campo di osservazioni e di conoscenze immensamente utili per la comprensione dello Sconosciuto, cioè di quest'ambito cosmico dove le forze sono esseri e i fenomeni effetti plastici di un gioco divino, a volte simile e contrario a ciò che ci passa comunemente davanti agli occhi.

In questo giorno della mia consacrazione all'ombra tragica del "Maligno", una circostanza specialissima, di cui vi informerò subito, mi permise di memorizzare il sogno sbalorditivo che feci.

Vedevo da principio un campo su cui non crescevano che erbacce con, qua e là, qualche piccola duna di sabbia che il sole, fin troppo ardente, illuminava di un giallo brillante dal chiarore insostenibile.

In mezzo al campo, si andava formando poco a poco un ruscello ed ebbi l'impressione, per quanto incerta, di trovarmi su una specie di barca che si faceva strada a fatica tra la sabbia umida delle due sponde.

In seguito alla sforzo che feci per spiegarmi la curiosa situazione della barca nello stretto ruscello, quest'ultimo si allargò, rapidamente ed enormemente, e d'improvviso uno scossone spinse l'imbarcazione in una baia che si apriva al largo su un orizzonte blu intenso.

I barcaioli e i pochi passeggeri dell'imbarcazione gridarono di gioia e, nel momento preciso in cui mi domandavo il motivo di questa allegria, vidi, alto sull'orizzonte alla nostra destra, un disco di smeraldo splendente.

Non ebbi il tempo di chiedermi che fosse poiché il disco aveva già assunto le sembianze di un orologio, coi dodici numeri incisi in oro scintillante.

L' "1", specialmente, pulsava come se una vita prorompente vi si dibattesse. Era posizionato a sinistra del "12", il che stava a significare che l'orologio camminava nel senso inverso di quelli comuni.

Posti tutta la mia attenzione su questo "1" curioso, e mi sembrò che un filo rosso se ne dipartisse attorcigliandomi in zig-zag e spirali bizzarre attorno agli altri numeri.

Ma come ebbi l'intenzione di seguire il filo per distinguere le diverse evoluzioni, l'ombra nera di un dito gigantesco si affacciò sul quadrante, come se volesse indicare esclusivamente l' "1".

C'era, nella volontà imperiosa di questo dito, un formale divieto di osservare il resto.

- Alla una! - gridai a me stessa.

E questo grido mi risvegliò.

 

***

 

Come descrivere senza procurarvi disagio la situazione spiacevole e penosa in cui mi venni a trovare?

I due lembi della mia ampia vestaglia pendevano dai due lati del letto, come se fossero stati ali ferite. La camicia mi era stata rimboccata fino al collo e il ventre virginale si offriva in tutta la sua nudità alla vista di un uomo giovane che stava seduto alla mia destra in atteggiamento poco rassicurante, proprio lì dove, una o due ore prima, era stato lasciato il vassoio col latte e il pane.

Riconobbi immediatamente il giovane Wassilkowsky, Mischa; e, tremando di vergogna, saltai giù dal letto e corsi alla finestra, avvolgendomi nel tendaggio.

- Con quale diritto siete qui? - gridai fuori di me. - Chi vi ha permesso di entrare nella mia camera?

Mischa non si scompose. Aveva un'aria stupida e tutta la sua larga faccia, tra le ciocche in disordine dei suoi biondissimi capelli, sembrava quella di un ebete, priva di ogni pensiero.

Estrasse dalla tasca dell'abito un grosso fazzoletto bianco e vi strinse attorno la sua mano destra.

- Uscite di qui.... subito... immediatamente - continua infuriata. - Se non ve ne andate, chiamerò aiuto, tutta la famiglia, la servitù.

Mischa si alzò a fatica. Si tenne in equilibrio e, con la mano destra sempre stretta al fazzoletto, si portò al centro della stanza balbettando, con un sorriso sciocco:

- Non capisco cosa vi ha preso. Non ho fatto niente di male. E' per sbaglio che sono entrato qua dentro.

- Per sbaglio? Ed è per sbaglio che si entra in una camera che non è la propria? Uscite, uscite, che chiamo la mia domestica.

Questa esplicita minaccia lo riportò subitamente alla realtà. Tolse la mando dal fazzoletto che rimase in tasca, non senza tuttavia, gettarvi un'occhiata colpevole.

Adesso guardai anch'io quel fazzoletto e vidi, cosa che mi spaventò assai, delle macchie rosse... Si sarebbero dette di sangue.

- Vi siete ferito? - domandai.

Un ampio sorriso d'imbarazzo scoprì allora i denti regolari e bianchi di Mischa.

- Non è nulla - disse. - Il fazzoletto era già sporco. Non ho fatto niente, ve l'assicuro.

- Come vi è venuta l'idea di entrare qui dentro? - chiesi ancora mentre cominciavo a calmarmi.

- Così - fece Mischa. - Cercavo il bagno, ho visto un vassoio per terra e sono entrato. D'altronde la porta non era stata chiusa a chiave.

- Bella scusa! - risposi senza riuscire a fare a meno di sorridere, perché Mischa in quel momento era davvero buffo e non meno ingenuo. - Noi non ci troviamo in certe terre selvagge in cui un vassoio per terra è un chiaro invito ad entrare. Mischa, vedo che siete un po' fuori di testa. Andatevene e non dite a nessuno che siete entrato qui.

Cosa gli prese allora, non saprei spiegarmelo. Si gettò su di me come una furia, e ci fu nella mia camera di ragazza vergine una scena orripilante: un corpo troppo debole per difendersi dall'abbraccio violento di un maschio scatenato.

La mia camicia era una pessima protezione di fronte alla foga impetuosa di quel ragazzo di ventiquattro anni, e ricordo ancora bene la sensazione, da principio di ripugnanza poi subito curiosamente ammaliante, che avvertii prima lungo i fianchi, poi sulla gola e lungo la schiena.

La mia resistenza stava rapidamente venendo meno e Mischa, che se ne era subito resto conto, premette con forza le proprie labbra carnose e tumide sulla mia bocca dischiusa. La sua lingua cercava la mia, la trovò, la sfregò rudemente.

- Oh, che orrore! - gridai rovesciandomi all'indietro e respingendo con tutte le mie forze l'aggressore. - Siete un mostro! Andatevene!

Mischa mi teneva la vita, con entrambe le braccia allacciate.

- Oh, no! - disse. - Adesso non me ne vado più. D'altronde tu sei mia. Ti ho conquistato. Mi appartieni.

- Mostro! Mostro! - urlai. - Tu hai forzato le mie labbra. E' un bacio che non ti appartiene. Nono sono affatto tua, io sono di un altro, di un essere immenso di fronte al quale tu sei nulla.

Ci fu allora uno scatto di collera inaudita nelle mani forti e in tutto il corpo di Mischa. I suoi piccoli occhi grigi mandarono lampi d'ira. Si irrigidì un istante, affondando le unghie nella mia pelle attraverso la stoffa della vestaglia, ma esclamò subito, in tono di trionfo.

- In ogni caso, questo qualcuno a cui tu dici di appartenere non è stato capace di diventare il tuo signore!

Che cosa intendeva dire con quelle parole?

Mischa lasciò la presa come un contendente che si sa vincitore e, dopo aver fatto qualche passo lungo la camera, prese la sedia vicino allo scrittoio e si sedette tranquillamente.

Io intanto mi reggevo in piedi come un condannato al centro dell'aula del tribunale.

- I miei servi, i miei servi sono annegati! - udii piangere.

Mischa ruppe per primo il silenzio.

- Xénia - disse con vece diventata dolce, - siediti là, davanti al tuo scrittoio. Il mobile farà da separazione tra noi due, e tu potrai spiegarti con calma.

Passivamente, obbedii. Mi sedetti di fronte a Mischa posando le mani sul fermacarte in granito. Si ha bisogno di toccare qualcosa di solido quando si è turbati.

- Spiegati, adesso - mi ordinò Mischa.

Lo fissai senza sorpresa, come se inconsciamente gli riconoscessi il diritto di avere con me quel tono autoritario. Gli dissi tuttavia:

- Non vi debbo alcuna spiegazione, voi invece mi dovete delle scuse.

Mischa mi guardò con espressione altezzosa.

- Ah! - disse dall'alto della sua grandezza. - Ti dimentichi che i Waisslkowsky sono dei liberi e fieri cosacchi del Don e non permettono che gli si contenda la loro preda .... Io affermo il mio diritto come e quando voglio.

- Se pensi di avere un qualsiasi diritto su di me, ti sbagli di grosso - replicai astiosamente.

- Non ho chiesto la tua opinione sull'argomento - ribatté Mischa. - Ciò che voglio conoscere è il nome e la residenza di quest'altro, di questo essere immenso di cui parli con così patetica enfasi.

Un'ironia pungente accompagnò quelle parole. Mi montò il sangue alla testa, mi avvamparono le orecchie e le lacrime cominciarono ad offuscarmi la vista.

- Il suo nome non può essere pronunciato - dissi.

Ah, se ve lo assicuro! Sotto l'occhiata che mi lasciò Mischa, quest'uomo determinato che mi scrutava fin nel fondo del mio essere, mi sentii più nuda e indifesa di prima, quand'ero stessa sul letto con la vestaglia aperta.

Fu un attimo. Mischa si appoggiò allo schienale della sedia e disse:

- Tu non me lo vuoi dire, ma lo scoprirò da solo. Tanto peggio per te, io la mia decisione l'ho presa...

Detto ciò, si alzò e uscì dalla camera.

La porta si aprì e si richiuse senza rumore.

 

 

LA PROVA

 

        

Mi sentivo mortificata, offesa, sporcata da questa brutale intrusione nella mia anima mentre essa era rapita in dimensioni insondabili, da parte dell'uomo insolente che era venuto per togliermi la verginità, come se questo fosse stato un suo diritto, come se io stessa non fossi altro che un terreno - una prateria o un pascolo - dove il maschio può giungere e dar ordini secondo il suo piacimento.

Non sapevo cosa avesse fatto di concreto - non lo seppi che più tardi e in circostanze che descriverò in seguito - ma il solo fatto di essere stata cinta dalla sue braccia e di avere palpitato, non foss'altro che per un istante, al contatto del suo corpo accalorato, costituiva per me un degrado effettivo.

Ve lo confesso sinceramente: avvertivo tutto ciò come una mia colpa, e ne bruciavo di vergogna.

Uscito Mischa, restai davanti allo scrittoio, le mani sul fermacarte. Non sentivo il dovere di muovermi né di compiere il minimo gesto. Si può avere una qualsiasi volontà, quando ci si sente indegni di vivere?

Ai miei occhi, il luogo del mio delitto assunse i connotati di un'amara accusa.

Non potrò più servirmi di questo letto, pensai, ogni volta che mi ci sdraiassi rivedrei la mia nudità esposta agli occhi di Mischa. Non potevo più toccare la sedia dove si era seduto, mentre stavo dormendo. Non potrei né chiudere né aprire la porta perché non potrei mai scordare che il vassoio deposto da me sull'ingresso gli ha fatto da invito, da tentazione...

Ed il centro della camera, ove mi aveva abbracciata per violentarmi, mi pareva essere sempre ardente per il fuoco.

Un luogo di perdizione, ecco ciò che è diventata la mia stanza!

 

***

 

Il crepuscolo non dura a lungo nelle strette vallate del Caucaso e, quando giunge la notte, la temperatura si abbassa bruscamente.

Una folata di vento, che mi parve ghiacciata, entrò tutto d'un colpo nella camera dalle finestre rivolte a ovest. Essa mi strappò alle mie triste riflessioni.

Prima di tutto, bisogna che mi vesta, mi dissi.